“L’Agricoltura, il futuro”, questo il titolo dell’evento che Confagircoltura ha organizzato a Milano e dove è intervenuto il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A seguire alcuni passi della prolusione del presidente di Confagri, Massimiliano Giansanti. “Abbiamo coinvolto l’Università Bocconi perché ci aiutasse a riflettere sul futuro dell’agricoltura che, come vedremo è anche il futuro del mondo. Viviamo un momento di discontinuità storica. Non è una crisi come le altre – non è una recessione ciclica, non è una correzione di mercato. È una rottura di paradigma. Le certezze su cui abbiamo costruito l’economia globale degli ultimi trent’anni stanno cedendo una dopo l’altra. La globalizzazione che sembrava irreversibile si sta frammentando in blocchi geopolitici contrapposti. Ma i problemi complessi non si risolvono restando dentro i propri confini disciplinari o settoriali. Si risolvono abbattendo quei confini. L’agricoltura ha bisogno della competenza economica e finanziaria della Bocconi per tradurre le sue sfide in linguaggio che i mercati e la politica industriale capiscano. La Bocconi ha bisogno della concretezza e della radicalità territoriale di Confagricoltura per non perdere il contatto con la realtà di chi produce, di chi rischia, di chi ogni mattina decide se e cosa seminare. Insieme possiamo fare una cosa che separati non riusciremmo a fare: costruire una visione credibile, fondata sui dati e sull’esperienza, che parli contemporaneamente al mondo dell’impresa, della finanza, delle istituzioni e della politica.
Nel 1977, il compianto ministro Giovanni Marcora, dotò il Paese della “Legge Quadrifoglio” dando risposta alle esigenze di un comparto agricolo in profondo mutamento. Vennero posti alcuni obiettivi di lungo termine ancora strettamente attuali.
Cinquant’anni dopo crediamo necessario dare al Paese una nuova visione lunga e di respiro. L’obiettivo che Confagricoltura, la più antica e autorevole Confederazione, si pone con questo evento è quello di dotare il Paese di un “Piano Strategico dell’Agricoltura” da qui al 2050 che non è così lontano. Sono solo 24 anni.
Il settore primario nasce con una missione precisa e universale: garantire il fabbisogno alimentare dei popoli, assicurando al tempo stesso dignità economica a chi produce quel cibo.
Contrastare la fame ha significato, per secoli, garantire pace sociale, stabilità istituzionale e sicurezza collettiva. Dove manca il cibo, si incrina la convivenza civile; dove l’agricoltura è forte, si rafforza la democrazia.
Oggi questo principio è ancora più vero. Le crisi geopolitiche, le guerre, le tensioni commerciali, gli shock logistici, la volatilità dei mercati e la crescente competizione globale ci ricordano ogni giorno quanto sia fragile il sistema alimentare internazionale.
La Cina ha acquistato silenziosamente quote crescenti di terra agricola in Africa, in Sudamerica, in Asia centrale — non per sfamare il suo popolo oggi, ma per garantirsi la sicurezza alimentare dei prossimi decenni. Gli Stati Uniti proteggono la loro agricoltura con strumenti che in Europa chiameremmo protezionismo, senza alcuna vergogna e con grande efficacia.
Nel frattempo, l’Europa continua a trattare l’agricoltura come un capitolo di spesa da giustificare davanti ai contribuenti. Come un settore da regolamentare, da sussidiare, da proteggere – non come un asset strategico da governare con visione.La Politica Agricola Comune, e lo dico da Presidente degli agricoltori europei, deve continuare a essere il pilastro della competitività europea, ma deve anche riconoscere che la capacità di produrre cibo in autonomia rappresenta una garanzia di stabilità politica, indipendenza economica e sicurezza nazionale. Abbiamo davanti tre grandi direttrici: geopolitica, energia e sostenibilità.
Sul fronte geopolitico, la guerra in Ucraina ci ha mostrato con chiarezza come il cibo possa essere utilizzato come arma strategica. Russia e Mar Nero rappresentano snodi essenziali per i mercati agricoli mondiali. Le crisi, tuttavia, possono anche diventare occasioni di cambiamento.
L’Europa produce il 17% del PIL agroalimentare mondiale. È la prima potenza agroalimentare del pianeta per qualità, per diversità, per patrimonio di conoscenza e tradizione. Eppure, dipende dall’estero per quote crescenti di input strategici — fertilizzanti, proteine vegetali, energia.
Il primo nodo è la dipendenza energetica. L’agricoltura europea può e deve diventare protagonista della transizione energetica — non solo come consumatrice di energia rinnovabile, ma come produttrice. Il biometano, l’agrivoltaico, le colture energetiche sono già oggi una risposta concreta alla dipendenza dal gas russo.
Il secondo nodo è quello infrastrutturale. La competitività delle nostre filiere sui mercati globali dipende dalla qualità delle infrastrutture fisiche e digitali che le connettono. Porti, ferrovie, corridoi logistici, connettività digitale nelle aree rurali — sono il sistema nervoso dell’agricoltura moderna.
Il terzo nodo è quello tecnologico. L’intelligenza artificiale, la precision farming, la digitalizzazione delle filiere stanno trasformando il settore primario più velocemente di quanto le istituzioni riescano a stare al passo. Chi coglie questa trasformazione con la giusta visione strategica non solo sopravvive — guadagna competitività in modo strutturale.
In Italia, la spesa per il welfare assorbe una quota enorme della spesa pubblica. Investire nella qualità alimentare significa ridurre i costi sanitari, migliorare la qualità della vita e rafforzare la sostenibilità del sistema sociale. L’agricoltura, dunque, non produce soltanto cibo.
Mi rivolgo a chi viene dal mondo dell’economia e della finanza: guardate all’agricoltura con occhi nuovi. Non è un settore del passato, frammentato e sussidiato. È un sistema di imprese che sta vivendo una trasformazione tecnologica e strategica straordinaria, con potenziale di crescita e di rendimento che i mercati ancora sottovalutano. Siamo pronti a parlare la vostra lingua. A chi viene dal mondo della politica e delle istituzioni: vi chiediamo di cambiare la narrazione. L’agricoltura non è una voce di costo da ottimizzare. È un asset strategico da proteggere e sviluppare — con la stessa determinazione con cui l’Europa protegge la sua industria, la sua tecnologia, la sua difesa. La sicurezza alimentare è sicurezza nazionale. Trattatela come tale. A chi viene dal mondo dell’impresa agricola: il messaggio che portiamo da questi due giorni è che non siamo soli. Ci sono alleati nei luoghi più inaspettati — nelle aule universitarie, nelle sale dei consigli di amministrazione, nei palazzi delle istituzioni europee — che hanno capito la posta in gioco. Il nostro compito è costruire con loro una coalizione capace di cambiare davvero le cose”.

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