Sul kiwi l’incubo del batterio che decima le piante

Sul kiwi l’incubo del batterio che decima le piante

kiwidi Enrico Villa

Nel mese di ottobre, all’epoca del raccolto del Kiwi prodotto dalla actinidia chinensis, i coltivatori del Cuneese e del Vercellese, potrebbero essere costretti ad estirpare le pianticine rampicanti, decimate da un cancro vegetale il quale assilla dal 1992 gli agricoltori. L’epilogo, assai importante da un punto di vista economico, è stato prospettato all’assessore regionale all’agricoltura Giorgio Ferrero e al Servizio fitosanitario del Piemonte che della moria delle varietà dell’actinidia si occupa da 26 anni. Il pericolo, anche ipotizzato dalla letteratura agronomica, è che il batterio dilaghi sulle coltivazioni vicine che riguardano il mais e il riso. Infatti il batterio si chiama Pseudomonas Suringae dell’actinidia che, in parte, è presente in Veneto, in Lazio, in Emilia Romagna, in Campania, in Calabria e nelle altre aree meridionali di coltivazione. Sempre stando alla letteratura scientifica questo stesso batterio attacca le piantagioni giovani aggredendo l’actinidia e facendola avvizzire con la formazione di voluminosi tumori sul tronco che non lasciano scampo alla pianta.

L’allarme e il disagio registrato nell’ultima stagione in Piemonte (4.500 ettari investiti da 2500 aziende che producono 120 mila tonnellate) si riferisce alla consistenza del kiwi anche per motivi salutistici con precisa documentazione sempre più gradito ai consumatori, e che ha fatto dell’Italia il paese più importante del mondo. L’actinidia, i cui frutti ricchi di vitamina sono ormai universalmente nominati kiwi dal nome dell’uccello piumato simbolo della Nuova Zelanda, è l’unica specie vegetale non autoctona europea che ha attecchito e si è diffusa nel vecchio continente per l’agricoltura nazionale diventando un affare importante. Le sue origini sono dell’Estremo Oriente, e nel XX secolo il Kiwi si è affermato partendo nel 1934 da un vivaista di Catania, passando in Nuova Zelanda e in Australia e approdando in Inghilterra sul desco, in particolare della Germankiwiia e dei paesi del Nord Europa. Adesso il primo paese produttore è la Cina dove l’actinidia cresce nella valle del Fiume Azzurro cinese con una produzione annua di circa due milioni di tonnellate, seguito dall’Italia con circa 500 mila tonnellate, la Nuova Zelanda, il Cile, la Grecia, la Francia, la Turchia, l’Iran, il Giappone, gli Usa, il Portogallo. In tutto nel mondo la produzione di actinidia, e quindi di kiwi, è di circa 4 milioni di tonnellate che annualmente determinano molta vivacità internazionale nell’ambito dell’import/export. Quando negli ultimi anni, come in Italia compare il bacterio Pseudomonas suringae, i ridotti quantitativi di kiwi fanno rischiare la supremazia italiana, anche sostenuta dallo specifico riconoscimento che la Comunità ha accordato l’IGP ai frutti dell’actinidia in provincia di Latina. I produttori di Latina hanno anzi trasformato il kiwi quale richiamo turistico e sociale di feste popolari annuali.

Le difficoltà derivanti dal cancro batterico dell’actinidia (questo il nome corrente adottato) comparso per la prima volta in Italia nel 1992 e in Giappone nel 1989 nonché i riflessi negativi sull’import/export hanno stimolato la stampa di informazione e quella riguardante l’alimentazione, soprattutto destinata al pubblico femminile, a inquadrare actinidia e kiwi in modo più dettagliato. Già nel 1200 durante la dinastia Ming, il kiwi era consumato dalla nobiltà alla corte dell’imperatore. Poi nel 1897 il botanico e padre gesuita francese Paul Guillaume Farges si accorse di questo frutto dalla polpa a raggera per la sua composizione derivata dal nome greco e ne parlò al vivaista Maurice di Vilmorin, invitandolo ad approfondire la sua conoscenza. Le basi per una prima scheda scientifica erano già state tracciate nel 1845 attraverso la esplorazione in Cina di Robert Fortune. L’affermazione autentica dell’actinidia e del kiwi, detta topo dai francesi, avvenne nel Novecento con il trasferimento dei semi della specie (una sessantina di varietà) dalla Cina alla Nuova Zelanda e alla società di orticoltura di Londra che apprezzò le caratteristiche del frutto, facendone una opportuna propaganda rivolta agli inglesi. Fu una evoluzione fortunata in quanto negli anni Venti del XX Secolo furono fatte le prime selezioni dell’actinidia che nel 1965 sarebbe stata importata negli Usa, un vivaista di Catania dell’actinidia volle saperne di più, e come pianta ornamentale essa comparve sulle rive del Lao Maggiore nei dintorni di Villa Taranto istituita negli anni Trenta.

Adesso nell’ambito di Villa Tanaro, con migliaia di specie custodite e allevate, figurano tre specie di actnidia: l’actinidia melanandra catalogata nel 1894, l’actinidia kolonkta cataloga nel 1859 e l’actinidia arguta. E negli ultimi anni il kiwi si è guadagnano una interessante posizione statistica da un punto di vista alimentare. Infatti, in Italia il kiwi pro capite è consumato intorno ad 1,6 chilogrammi e nell’Europa comunitaria intorno ai 3 0 4 chilogrammi con approvvigionamenti dai paesi mediterranei europei concorrenti dell’Italia, dal Cile e dall’Argentina.

La comparsa del batterio che provoca il cancro dell’actinidia ha stimolato la ricerca che riguarda anche il settore fitosanitario delle Regioni, ma soprattutto le Università di Padova, di Udine, di Trieste, di Torino e di Milano. L’obbiettivo dei ricercatori e degli istituti universitari è quello di individuare l’actinidia più produttiva e più resistente al bacillo psedumonas suringae. Essa, rispetto alle origini di un secolo fa, dovrebbe diventare più robusta provocando meno angosce ai produttori, e dal mese di ottobre di ogni anno raccolti più consistenti del frutto di questa strana pianta rampicante che originariamente anche in Estremo Oriente era stata chiamato uva spina cinese.

 

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