Addio a Pinu, il “Tipografo di Trino” venuto dalla risaia

Addio a Pinu, il “Tipografo di Trino” venuto dalla risaia

comazzi

comazzi quaddi Gianfranco Quaglia

Una delle ultime immagini incornicia “Pinu” assorto sul libro di un maestro della fotografia, Gianni Berengo Gardin. Soggetto: la risaia. La sua risaia, dove era nato e mai dimenticata.

Ci ha lasciati nel cuore dell’estate “Pinu” Comazzi, all’età di 95 anni, a Barcellona, dove era in vacanza con l’inseparabile figlia Alessandra, nota firma de “La Stampa”, critico televisivo apprezzato in tutta Italia, e il genero Giorgio. “Pinu”, “Il tipografo di Trino”, come lo chiamava affettuosamente Alessandra, qualche mese fa aveva voluto festeggiare il 95° compleanno nella sua Trino Vercellese, in mezzo alle risaie. Una grande festa, circondato da ex colleghi, giornalisti, parenti, amici, fra le mura di quell’asilo infantile da lui frequentato e ora trasformato in un ristorante, “Il Convento”. Una rimpatriata che gli fece ripercorrere gli anni torinesi a “La Stampa”, dove lavorò come tipografo e impaginatore impareggiabile dal 1951 al 1982. Fra le molte attestazioni di amicizia gli era stato donato anche il libro di Berengo Gardin: l’obbiettivo del maestro puntato sulla risaia gli ricordava i trascorsi, i luoghi dell’infanzia.

La definizione “Tipografo di Trino” non era casuale. Pinu Comazzi apparteneva a una tradizione che ha fatto del suo paese punto di riferimento italiano ed europeo dell’arte tipografica, a partire dal XVI secolo. Proprio in mezzo a quella campagna, dove i monaci cistercensi dissodarono e bonificarono terre per avviare le prime e più antiche risaie italiane, fioriva anche la genialità e l’intraprendenza di famiglie di stampatori che contribuirono allo sviluppo dell’editoria, come i Giolito. A poco a poco Trino era diventata la culla dei tipografi, anche Pinu apparteneva a quella stirpe animata da ingegno e passione.

Passione sconfinata e entusiasmo contagioso sono sempre stati il segno distintivo di “Pinu”, sul lavoro e nel privato. Li “professava” in tipografia a “La Stampa” e con gli amici che lo colmavano d’affetto: per loro cucinava la “panissa”, il piatto a base di riso che “nessuno come lui sapeva fare” e che gli ricordava le origini. Nel mese di giugno salì le scale del Circolo dei Lettori di Torino e in prima fila volle assistere a un incontro di presentazione di “Bocuse d’or”, il concorso europeo che laurea gli chef più prestigiosi: si parlava di riso e lui, che aveva sempre diviso il suo amore in egual misura fra la Mole e le Grange vercellesi, voleva esserci.

 

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