Senza invasi 370 mila ettari in Piemonte saranno a rischio aridità

Senza invasi 370 mila ettari in Piemonte saranno a rischio aridità

invasi2di EnricoVilla

Nel 2017 la temperatura in Piemonte è mediamente aumentata di 2 gradi ed ha influenzato negativamente l’ambiente nel suo assieme. I boschi ne hanno risentito e sono ricomparsi insetti di cui si era quasi dimenticata l’esistenza. Anche il suolo, che si sta impermeabilizzando sempre di più, ne ha sopportato il cambiamento, creando le condizioni per nuove alluvioni e frane diffuse. Tutto il territorio ne è stato coinvolto. A livello nazionale per le frane e le alluvioni secondo l’ISPRA (l’Istituto superiore per la ricerca e la tutela ambientale) l’88,3% dei comuni, ossia 7.145 municipi, “sono a rischio di frane e alluvioni“. Il 21 giugno, firmato da Angelo Robotti direttore generale dell’Arpa Piemonte, è stato reso noto un rapporto completo su come sia cambiato l’ambiente regionale, tenendo presenti i dati di ieri e di oggi. Fra gli altri dati, ne colpisce uno in particolare: ciascuno di noi consuma al giorno 170 metri quadrati di suolo da cui provengono l’agricoltura e le altre attività produttive. Questo dato significa che in soli dodici mesi se ne vanno pro capite oltre 20 mq di terreno con una superficie pari a 6 capi da calcio, o con una superficie uguale a quella di Milano e di Firenze.

Uno degli elementi fondamentali dell’ambiente è l’acqua senza la quale non è possibile lo sviluppo della vita. Anche l’agricoltura è fondamentale. Il 30 novembre dello scorso anno a Torino si è svolto un convegno con questo titolo assai importante: l’acqua in agricoltura non è uno spreco. Dalle relazioni del convegno è uscita questa indicazione: sulle risorse idriche utilizzate in un anno, solo il 6% circa va al settore primario. A questo stesso convegno, forse anche libro dei sogni, nello scorro mese di aprile ha alluso in un suo editoriale Tino Arosio, neo direttore della Coldiretti di Cuneo e da maggio anche direttore responsabile del periodico mensile Il Coltivatore Cuneese. Il direttore Arosio, in questo editoriale in sostanza si lamenta per le tante parole che si fanno sull’acqua, tuttavia non facendo seguire i fatti, ossia gli invasi. Di conseguenza anche nell’ultimo inverno 2017/2018, molto nevoso, l’acqua disciolta se ne è andata ai fiumi e ai torrenti del Piemonte lasciando in asciutta le coltivazioni orticole e frutticole, basilari per l’alimentazione e per l’esportazione. Pensiamo – ribadisce Tino Arosio – alle produzioni di ortaggi o frutta che continuano a produrre in pieno campo o in serra e che non possono essere private di acqua irrigua, pena l’interruzione della produzione.Tino Arosio, anche soffermandosi sul danno ambientale della flora e della fauna, ugualmente richiamata dalla relazione del direttore dell’Arpa Piemonte Angelo Robotti, insiste sulla costruzione in concreto di invasi perché nella nostra regione abbiano bisogno di un certo numero di bacini, con determinate capacità e da realizzare in determinate zone.

L’intervento stimola un’altra analisi che riguarda l’intero Piemonte, come dice l’Arpa ricco di acqua che, tuttavia, non viene interamente adoperata. Il territorio regionale è suddiviso in due parti, una delle quali più attrezzata e più ricca di risorse idriche. Infatti, fin dal XVII secolo la risicoltura senza acqua abbondante non sarebbe sopravvissuta. E così dal 1843 Camillo Benso di Cavour guidò gli agricoltori del Vercellese a costituire il consorzio di bonifica Associazione Ovest Sesia, una delle basi politiche su cui nel triennio 1883/1886 fu costruito il canale omonimo Cavour, che in 85 chilometri e con una portata di 110 metri cubi d’acqua trasferisce acqua dalla Dora Baltea a Novara. Successivamente fu istituita l’Associazione Est Sesia di Novara con la gestione in Piemonte e in Lombardia di altri canali irrinunciabili. Poi negli anni Cinquanta del XX secolo fu costituito il Consorzio di Bonifica della Baraggia Vercellese e Biellese che bonificò 44 mila ettari comprendenti 36 comuni, e che costruì ben due dighe accumulatrici di risorse idriche anche per uso civile e industriale. L’atteggiamento di parte della popolazione interessata, di fronte alla ipotesi di invasi è piuttosto problematico, forse dimenticando che il cibo essenziale, altrimenti importato con costi elevati, non è ottenibile senza acqua.

Durante più secoli, nella parte infrastrutturalmente meno attrezzata, i consorzi irrigui e di bonifica furono circa 600 anche per utilizzare la miriade di pozzi dai quali estrarre le risorse idriche indispensabili per le coltivazioni. A questa parte della regione, che utilizza acqua dal Po, dal Tanaro nonché da torrenti più piccoli appartengono il Torinese, il Cuneese, l’Astigiano, l’Alessandrino con volumi idrici di superficie e del sottosuolo assai scarsi rispetto alle coltivazioni talvolta di grande pregio. Poi intervenne la Legge Regionale 21/99 e i consorzi irrigui e di bonifica furono razionalità con una loro riduzione a soli 36. Però di invasi nessuno, al là delle parole come ha annotato nel suo editoriale Tino Arosio che insiste sulla gestione dei consorzi irrigui e delle risorse idriche. La prospettiva è che un’area di 370.000 ettari, di cui il 36% di importanza agricola, rischi di rimanere senza acqua. In proposito, relativamente alla impermealizzazione causa di alluvioni e frane, come ha calcolato con un suo piano la UE, bisognerà attendere fino al 2050. E nei prossimi 32 anni il Piemonte irriguo a metà dovrà attendere: con risorse idriche appena sufficienti nel Piemonte orientale e grande sete per le coltivazioni orticole e frutticole. La situazione muterà soltanto con un reale piano di invasi, nonché con la razionalizzazione della ricchezza idrica piemontese.

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