di Gianfranco Quaglia
Sarebbe diventato ricercatore e docente di spicco all’Università, come testimoniano le sue numerose pubblicazioni. Ma l’amore per il mondo agricolo lo portarono a essere protagonista sul campo. Silvano Bertini se ne è andato cinque giorni prima di compiere 97 anni, lasciando un grande vuoto nel mondo dell’agricoltura. Non è soltanto una frase stereotipata: il dottor Silvano era un’icona, un punto di riferimento ancora sino a qualche anno fa, perché aveva sempre evitato di tirare i remi in barca. Fino all’ultimo aveva continuano a remare senza sosta, dispensare suggerimenti, guardando lontano. Toscano verace, novarese di adozione, non si risparmiava mai. Anzi, gli doleva soltanto vedere che quel sacro fuoco connaturato in lui si fosse un poco spento nelle nuove generazioni, come sosteneva con rincrescimento. Era un predestinato, forse già nel nome che lo legava alla terra. E fra i pochi grandi tecnici italiani che potessero vantare un racconto dell’evoluzione agricola italiana. Ricordava ancora l’aratro di legno solcare le colline della sua Toscana e le cattedre ambulanti, le botti di liquame che attraversavano i centri per raggiungere i campi, fra le proteste degli abitanti. E la “collina di sale”, il primo fertilizzante arrivato dal Cile.
Quando arrivò a Novara, catapultato in terra di risaia dopo aver vinto il concorso di dirigente che lo avrebbe poi portato a diventare direttore dell’allora Ispettorato Agrario (più tardi alla guida del settore gli subentrarono Rigamonti e Pogliani) gli agricoltori si accorsero subito di avere non di fronte, ma accanto, un amico competente e eccellente. Era già preceduto da una fama considerevole, in Toscana aveva scoperto con l’Università di Tokyo la molecola di un fungo che aveva un’azione antibiotica. Ma non si vantava più di tanto. Nel Novarese si mise al servizio del mondo agricolo con entusiasmo. Non solo in pianura, anche sulle colline dove la viticoltura attraversava momenti difficili. Era una voce nuova che tracciava linee diverse inculcando nei viticoltori il ricorso alla scienza. Così nella lotta alla peronospera, flagello delle viti, attraverso la lotta integrata. Chiese la collaborazione dei parroci e il suo arrivo nei paesi era preceduto dal suono delle campane, come fosse un evento religioso. In realtà era un mezzo empirico, ma efficace, nell’era della comunicazione orale e senza sms, per chiamare a raccolta gli agricoltori. Ricordava: “Quando arrivai nel Novarese, nel ’57, l’agricoltura era molto diversa. Difficile era anche suggerire innovazioni in un ambiente ostile ai cambiamenti”. Ma lui ci riuscì, convincendo anche i più sospettosi: nell’allevamento sviluppò i “fecondatori laici”, con il cosiddetto “embryo transfer” (la fecondazione artificiale) e rivoluzionò il sistema zootecnico favorendo le stalle all’aperto. In risaia promosse lo spianamento delle camere per evitare scorrimento inutile e dispersione d’acqua. Presidente dell’Associazione laureati in scienze agrarie di Novara e Verbano Cusio Ossola, era promotore di corsi di formazione e iniziative per agricoltori. Una fra tutte, che prosegue, la visita ai campi sperimentali di riso, un momento di confronto che ogni anno precede la stagione di raccolta del cereale. Antonio Pogliani, attuale presidente, lo descrive come un innovatore “che diede una svolta al settore non solo nel Novarese ma in tutto il Piemonte. L’Università di Pisa avrebbe voluto che rientrasse come docente, lui preferì rimanere a Novara”.
Tanto di capello, ma lui si schermiva senza mai dimenticare pronuncia toscana e vocabolario appropriato: “Ho avuto la fortuna di fare i lavori che mi garbavano”. Lascia la moglie, un figlio e una figlia.
(Silvano Bertini (al centro), a sin. Mauro Mottini (allora presidente della Federazione Piemonte Valle d’Aosta dottori agronomi e forestali; e Antonio Pogliani, attuale presidente dell’Associazione laureati in scienze agrarie, durante la consegna di un attestato di merito, in una foto di qualche anno fa)


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