Matrimonio arte-agricoltura nell’anno 2018 dedicato al cibo italiano

Matrimonio arte-agricoltura nell’anno 2018 dedicato al cibo italiano

di Enrico Villaarcimboldo

L’anno 2018 sarà dedicato al cibo italiano nel mondo. Gli obiettivi sono due: tutelare la nostra alimentazione con le indubbie connotazioni che gli vengono dai nostri territori; e nel 2020 raggiungere il traguardo delle nostre esportazioni agroalimentari, previste fra tre anni in 50 miliardi di Euro.

Nei primi giorni di giugno, quando il caldo che ha procurato la siccità non era ancora accentuato, Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ha sottoscritto con Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, un protocollo di intesa per dichiarare il 2018 anno del cibo italiano. Entrambi i firmatari del patto, con le loro dichiarazioni hanno chiarito compiutamente l’intento del documento: in sostanza, dare lo spazio indispensabile alla cultura nazionale integrandola con l’agricoltura di cui, in genere, non si considerano le radici affondate nelle mostre, nei musei, nella archeologia territoriale, nei capolavori di pittura che ci invidia tutto il mondo. La cronaca artistica anche recentemente ha offerto l’impressione di accendere “fuochi di paglia” che si spengono quasi subito, però nel contempo fortunatamente suscitando interesse momentaneo nella opinione pubblica. L’ ultima volta in ordine di tempo accadde in occasione di Expo 2015 dove si richiamarono i dipinti sulla alimentazione nonché sulla vita di tutti i giorni nel Museo Archeologico a Pompei o nella Casa dei Cervi a Ercolano.

Sulla archeologia, di cui anche sono disseminate le nostre campagne, insiste particolarmente il ministro dei Beni Culturali Franceschini. E proprio ai beni archeologici si fa esplicito riferimento nel protocollo di intesa Beni Culturali/Coldiretti che la Coldiretti a suo tempo, ha anche istituito la Fondazione Campagna Amica sulla valorizzazione della ruralità italiana.

Ma una rassegna importante sul binomio Cultura/Agricoltura, sempre in occasione di Expo 2015 si ebbe a Brescia a Palazzo Martinengo. I curatori, dal 24 gennaio al 14 giugno 2015 con la esposizione ricordarono al pubblico proprio questo: l’agricoltura e i loro prodotti, simboli della nostra civiltà, sono da sempre eloquenti modelli per l’arte. In genere, gli specialisti quasi sempre muovono da Giuseppe Arcimboldi (1527/1593) che si serviva delle verdure degli orti lombardi per comporre e dipingere i suoi ritratti. E poi dal Seicento, secolo importante per l’arte figurativa, su su fino al Novecento con l’esplosione di capolavori i quali anche raccontavano il duro lavoro per ottenere le produzioni agricole nonché la convivenza dei contadini con quanto riuscivano a portare in tavola: Caravaggio (Michelangelo Meriggi, 1571/1610) con il suo cesto di frutta), Annibale Carracci con i suoi mangiatori di fagioli, Paul Cézanne, Paul Gaugin, Edouard Manet, Vincent Van Gogh con i suoi mangiatori di patate, Jan Vermer con le sue cene immaginarie di campagna che illustravano un paese di Bengodi solo esistente nella fantasia popolare perché, in genere, i contadini del Seicento sognavano un cibo che in realtà era assai povero o non c’era. Anche I mangiatori di fagioli di Carracci, o la venditrice id latte di Jan Vermeer (1632/1675) sono oggi diventati simboli culturali, o ricordi della storia di un tempo su cui insiste il protocollo di intesa Ministero dei beni culturali/Coldiretti: anche le condizioni delle campagne e dei loro abitanti che si alimentavano male vanno storicamente ricordate, soprattutto alla gente di città e ai giovani.

Un simbolo molto forte e affascinante, cioè il pane e il formaggio, sono alla base del lavoro artistico di Salvator Dalì (Figueres, Catalogna 1904/1969). Un suo quadro famoso La permanenza del ricordo del 1931, che richiama in maniera surrealista quanto rimane nella nostra memoria distorta – si racconta – fu stimolato da un formaggio francese. Dalì aveva poi una vera ossessione per il pane, tanto che a Parigi fu inventato il Pan Dalì . Il pittore frequentò il forno Poilane, tuttora esistente e collaborò da coreografo per un lampadario fatto di pane e per una camera da letto che avrebbe dovuto attirato i topi di casa. Il pane riassumeva il bisogno dell’uomo a nutristi. I quadri ad esso dedicati incominciarono nel 1926 e andarono avanti fino alla morte dell’artista nel 1969.

Un altro legame stretto con la campagna e la cultura è stato stabilito dal romeno Daniel Spoerri (1930) che a Soggiano, in provincia di Grosseto, ha allestito un grande parco di 17 ettari con 103 gruppi scultorei suoi e di altri artisti che culturalmente richiamano la natura e gli animali da cortile. Rilevando inoltre una drogheria, Spoerri a Dusseldolf aprì un ristorante dove già nel 1961 alcuni artisti europei proponevano piatti a base di insetti come in Svizzera, e bistecche di pitone.

Però i legami storici e di archeologia industriale particolarmente riguardante i mulini, furono fissati nel 1993 dall’Associazione Ovest Sesia di Vercelli che, grazie al compianto Carlo Benedetto funzionario della associazione di irrigazione, in una pubblicazione raccontò Storie di Canali e di Mulini. Le strutture, tutte mosse dai canali che solcano il Vercellese, furono anche indicate in una mappa napoleonica scoperta da Maurizio Cassetti, allora direttore dell’Archivio Storico vercellese. Fu anticipatamente un prezioso lavoro di storia e di archeologia, come 25 anni dopo sarebbe stato previsto dall’accordo Ministero Beni Culturali/Coldiretti.

 

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