Lo scandalo venne alla luce quarant’anni fa, nel marzo del 1986. Ed è passato alla storia come “Scandalo del vino al metanolo”. Fu un grave caso di frode alimentare. Più di una ditta vinicola, tra cui Ciravegna di Narzole (CN), aggiunse metanolo per aumentare la gradazione alcolica del vino a basso costo. Questa pratica causò la morte di 23 persone, decine di intossicati, numerosi casi di cecità. Una vicenda dalla quale il settore riuscì con grande fatica, ma anche con determinazione, a risollevarsi, grazie a una forte azione di trasparenza che interessò tutto il settore, in primo piano i tecnici enologi. A rievocare quei momenti è il dottor Giuseppe Martelli, 76 anni, galliatese. Enologo e biologo. Fra le massime autorità del mondo vitivinicolo italiano e internazionale. Per 38 anni direttore generale di Assoenologi, l’organizzazione nazionale di categoria dei tecnici vitivinicoli. Dal 1982 al 2015 ha rappresentato l’Italia a Parigi all’Unione Internationale des Oenologues ricoprendo le cariche di segretario generale, di vicepresidente e, dal 2002 al 2008, quella di presidente.
Nel 1984 è stato nominato componente del Comitato Nazionale Vini del Ministero dell’Agricoltura in cui ha assunto diversi importanti incarichi, diventandone per tre mandati dal 2008 al 2018 il Presidente.
Dottor Martelli, qual era il contesto in cui maturò quella vicenda?
“Alla fine degli anni ’70 il vino italiano era quasi tutto “da tavola” spesso di qualità discutibile. I vini a Denominazione di Origine (Doc e Docg) erano da poco stati inseriti e rappresentavano circa il 15% e quelli a Igp (Indicazione geografica tipica) non esistevano ancora. Erano gli anni in cui la nostra vitienologia stava iniziando a trasformarsi spinta dalle mutate abitudini alimentari e dai nuovi stili di vita. La richiesta di vino italiano di qualità stava crescendo sia in Italia che all’estero, per contro il vino comune era in crisi principalmente di sovrapproduzione e di identità. I disonesti cercavano scorciatoie per ridurre i costi e aumentare i profitti e “il metanolo” si presentò come un mezzo facile e conveniente per cavalcare i prodotti di massa e di bassissima qualità da vendere a prezzi stracciati.
In sintesi che cosa accadde?
“In questo contesto qualcuno pensò di incrementare il grado alcolico del vino aggiungendovi alcol metilico, ossia metanolo. Un prodotto poco costoso, molto tossico che può causare gravi danni irreversibili alla salute portando l’uomo fino alla morte.
Si scopri che già nel dicembre del 1985 alcune aziende, già note per la produzione di vini a basso costo, avevano iniziato ad aggiungere metanolo. Ma fu nel marzo del 1986, che le prime persone furono ricoverate all’Ospedale Niguarda di Milano e poi 153 intossicate, 23 morte e 15 private della vista. Per il vino italiano: vendite a picco, immagine crollata a livello nazionale ed internazionale. Basti pensare che la Germania bloccò tutto il nostro vino alle frontiere, la Francia sequestrò una nave vinattiera a Sète. La produzione vinicola crollò di quasi il 40%: l’apocalisse”.
Perché per aumentare la gradazione alcolica usarono il metanolo e non l’etanolo o lo zucchero?
“Per comodità, perchè costava meno e, forse, anche per ignoranza. L’aggiunta di saccarosio implica una trasformazione in alcol attraverso un processo biochimico piuttosto lungo e complesso. il metanolo è un prodotto solubile in acqua, all’aspetto, all’odore, al sapore è molto simile all’etanolo e bastava versarlo nel vino. Inoltre costava poco, favorito a indirettamente da una legge del 1984 che detassandolo fece crollare il prezzo da 5.000 a 500 lire al litro. L’alcol metilico in quantità elevate è molto tossico, ecco perchè solo un ignorante, o un criminale, poteva perpretare una frode del genere. Va anche ricordato che a metà degli anni ’80 il settore vitivinicolo italiano viveva una fase di transizione anche normativo: i controlli non erano al massimo e la tracciabilità delle produzioni piuttosto carente. Aspetti che dopo lo scandalo sono decisamente cambiati”.
Assoenologi fu subito in prima linea con proposte concrete poi condivise dalle altre categorie
“E’ vero, prendemmo subito una posizione di severa condanna fissando dei concetti poi condivisi. In sintesi: individuazione e condotta durissima nei confronti dei responsabili nella consapevolezza che un settore nel quale erano avvenuti questi reati non poteva e non doveva sottrarsi alle sue responsabilità, prima di tutto facendo pulizia all’interno. Poi contribuendo a dare all’opinione pubblica tutte le informazioni su quanto e su come era avvenuto cercando di dare chiarezza sull’accaduto, senza giustificazioni o mistificazioni”.
E lei, allora direttore di Assoenologi, come visse quella situazione drammatica?
“Non fu facile, ma credo di aver dato il mio contributo nel rispondere a giornali, radio e televisioni sottolineando, tra l’altro, in modo trasparente che il comparto vitivinicolo italiano era fatto di gente seria e onesta la cui dignità era stata messa in discussione da pochi criminali manipolatori. In sintesi, ribadendo il concetto che “Lo spartiacque tra quello che si può fare e non fare è stabilito dalla legge e chi volutamente la ignora, sia esso produttore, imbottigliatore, enologo o commerciante deve esse severamente perseguito, affinché gli onesti non paghino più per i disonesti”.
E’ opinione diffusa che da quello scandalo il vino italiano iniziò una nuova primavera. E’ così?
“Sì, lo pensano in molti. Burton Anderson, tra i più competenti e famosi giornalisti americani del settore, senza sminuire la tragicità dell’evento, definì sarcasticamente lo scandalo del metanolo come “La cosa “migliore” mai successa al vino italiano”. ribadendo come quel disastro segnò un necessario risveglio negli uomini, nelle aziende e nelle istituzioni. In effetti non solo fu fatta molta pulizia, ma portò ad un profondo cambiamento culturale e produttivo che, superato il periodo di crisi, fece progressivamente crescere la credibilità del vino italiano nel mondo”.
Quindi quella tragedia, che causò conseguenze devastanti, ha portato a una ventata nuova su controlli e produzione?
“Certamente. Vennero rafforzati i controlli e potenziati, i relativi enti: Nucleo Anti Sofisticazioni dei carabinieri e Ispettorato Centrale Repressione Frodi del ministero dell’agricoltura. Vennero rese obbligatorie alcune analisi enochimiche di laboratorio.
Fu varata la nuova normativa sulle denominazioni di origine che riorganizzò la classificazione e la classazione dei vini italiani. Vennero integrati diversi protocolli che da tempo giacevano nei cassetti, come quelli sulla tracciabilità, sulla produzione e la vendita di alcol, nonché sulla responsabilità dei tecnici in cantina. A livello produttivo commerciale si può dire che il metanolo mise fine alla corsa alla produzione di quantità del vino per passare alla valorizzazione della qualità, non solo per vini famosi e blasonati, ma anche per il vino di tutti i giorni”.
Maggiore consapevolezza, voglia di rivalsa. Ma come reagirono le aziende e i mercati?
“Le aziende invece di buttare la spugna fecero squadra intensificando gli investimenti in tecnologia, organizzazione e comunicazione. Ci vollero oltre dieci anni di sacrifici e di duro lavoro per iniziare a risalire la china ma i mercati hanno capito e la ripresa c’è stata, tanto che con il nuovo millennio si sono aperte le porte a un risorgimento del vino italiano. Tre esempi significativi: 2001. All’estero le vendite di vino italiano in bottiglia superano quelle di vino sfuso. 2002. L’Italia supera le vendite di vino negli Stati Uniti che diventano e rimangono anche oggi il nostro primo mercato. 2003. Il vino rappresenta il primo prodotto delle nostre esportazioni agroalimentari con quote intorno al 25%”.

You must be logged in to post a comment Login