Donne del Riso in campo per l’arte e la cultura

Di Gianfranco Quaglia

Era il 1900 quando Antonio Borgogna, imprenditore vercellese illuminato (a cui è dedicato il museo omonimo di Vercelli) durante i suoi viaggi alla scoperta dell’arte e della cultura in Europa acquistò all’asta Woronzow tre preziosi oggetti provenienti dalla fabbrica di ceramiche e porcellane di Delft (Olanda). Tre pezzi unici, decorati su composizioni di piastrelle. Uno rappresenta contadine olandesi raccoglitrici di patate; l’altro è una “marina”, il terzo uno scorcio di città con ambientazione di vita quotidiana. Opere custodite nel museo della città eusebiana e che a distanza di tempo necessitano di restauro prima di essere esposte al pubblico, accanto ad altri capolavori di respiro mondiale. Cinzia Lacchia, attenta e competente curatrice e conservatore, ne ha parlato con Federica Busso, presidente di “Donne & Riso”, l’associazione che riunisce imprenditrici del territorio, promotrici non solo del cereale, ma anche vocate alla diffusione della cultura. Così è nata l’idea, quella di adottare quelle opere e sponsorizzarne il restauro riportandole alla luce. Dopo oltre un secolo saranno recuperate e valorizzate, proprio nell’anno internazionale delle donne agricoltrici decretato dall’Onu e dalla Fao.

Il progetto è stato presentato nella Sala degli Affreschi di Confagricoltura in Piazza Zumaglini, con l’intervento di Cinzia Lacchia, Federica Busso, il presidente del Museo Borgogna Pier Paolo Forte, il presidente di Confagricoltura Benedetto Coppo. Presenti molte socie di “Donne & Riso”.

Esiste un filo diretto e sottile che lega idealmente Vercelli all’Olanda. Non solo perché le formelle sono custodite nel museo Borgogna. Due territori geograficamente lontani, in realtà accomunati da un denominatore comune: l’acqua. Elemento che caratterizza Paesi Bassi e risaia piemontese. Forse una casualità, ma l’assonanza è evidente. E una delle tre opere, quella delle raccoglitrici di patate, rappresenta il paesaggio rurale e non è difficile scorgervi nella decorazione un forte richiamo alle nostre mondariso, schiena curva in risaia, immortalate nei dipinti di Morbelli, “Per 80 centesimi” e le “Risaiuole”, custodite nel museo vercellese. La collaborazione con l’istituzione museale è stata suggellata anche con il conferimento a Cinzia Lacchia del titolo di “socia onoraria” di “Donne & Riso”.

(L’Analisi del 2 febbraio 2026)

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Stop al Mercosur: esulta la risaia, piange il mondo del vino

La recente manifestazione di protesta degli agricoltori italiani (Cia, Coldiretti, Confagricoltura), e di molti Paesi europei (in primo piano i francesi) ha dato una spinta al voto del Parlamento europeo che ha bloccato per il momento l’accordo UE-Mercosur, già raggiunto e firmato da Ursula von Der Leyen. Per 10 voti è passato lo stop proposto dai gruppi di sinistra, Verdi e parte della destra (inclusa la Lega) che rimanda il tutto al parere della Corte di Giustizia UE per verificare la legittimità, rinviando l’accordo di oltre un anno e mezzo. Un “colpo di scena” forse insperato e inatteso, che soddisfa gli agricoltori scesi in piazza, ma non proprio tutto il mondo agricolo. L’accordo di libero scambio UE-Mercosur (in spagnolo Mercado Comùn del Sur, Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), tende a creare un enorme mercato comune di oltre 700 milioni di persone abbattendo dazi su auto, macchinari, prodotti agricoli. Con un’apertura della produzione sudamericana a prodotti europei. Ma al tempo stesso gli agricoltori UE temono una concorrenza sleale causata dall’importazione di carne e altro (ad esempio il riso) a basso costo, che non rispetterebbero gli standard di sicurezza e sostenibilità previsti in Europa. Lo stallo imposto dal Parlamento Europeo blocca il processo di ratifica e impone forse un ripensamento.

Tutti esultanti? Non è proprio così. Il settore vitivinicolo italiano ha manifestato una reazione al rinvio alla Corte di Giustizia. Il Ceev (Comité Européen des Entreprises Vins) parla di forte delusione: “Questo rinvio comporterà un ritardo di 18-20 mesi, generando incertezza per le imprese. – sottolinea la presidente, Marzia Varvaglione – Nel 2025 le aziende vinicole dell’UE che esportavano nel Mercosur hanno dovuto pagare dazi per oltre 43 milioni di euro, senza parlare di costi aggiuntivi della burocrazia e dialtre barrire non tariffarie”.

Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini: “Questa decisione fotografa un’Unione europea spaccata in un momento storico caratterizzato da tensioni commerciali che richiederebbe invece la massima coesione”. Giacomo Ponti, presidente di Federvini: “Questa è una battuta d’arresto per le opportunità di crescita proprio mentre il contesto globale diventa sempre più instabile. L’accordo sarebbe una preziosa opportunità di sviluppo e uno strumento essenziale di competitività”.

Ora tutto è rimesso in gioco. Ma sino a un mese fa sembrava scontato. Dopo che la presidente Von der Leyen, per convincere anche gli italiani, aveva inviato una lettera a Giorgia Meloni proponendo un’operazione finanziaria: l’anticipo di 45 miliardi di euro della Pac previsti per il ciclo 2028-2034. All’Italia sarebbero stati destinati 10 miliardi, una “fetta” che il ministro all’Agricoltuira, Lollobrigida, ha ritenuto molto positiva. Una svolta che sembrava aver fugato le resistenze. Ma che non ha convinto gli agricoltori italiani e neppure la maggioranza, seppure risicata, in Parlamento UE.

(L’Analisi del 26 gennaio 2026)

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La capitale dell’oro blu

Conflitti, carestie, crisi climatiche, emigrazioni forzate. Ancora: siccità e alluvioni, dissesti del territorio e tragedie umane. Tutto ciò per mancanza o possesso di un bene indispensabile alla nostra sopravvivenza: l’acqua. Per la conquista dell’oro blu si combattono guerre, perché il discrimine può essere vita o morte. Necessaria è l’acqua per l’agricoltura, con un utilizzo che in tutto il pianeta raggiunge il 68%. Lo sanno bene i risicoltori italiani che senza acqua non potrebbero coltivare: sia con la tradizionale sommersione (il famoso “mare a quadretti”) sia con il metodo in asciutta che tuttavia richiede alla fine l’utilizzo di un’irrigazione. Sui benefici dell’uno o dell’altro sistema si discute da anni, ma una cosa è certa: il cosiddetto triangolo d’oro della risicoltura europea (Vercelli-Novara-Pavia) non può e non potrà prescindere dall’oro blu. Il capoluogo eusebiano e il suo hinterland conoscono la materia più di tanti esperti. Affondano le conoscenze in radici storiche: Cavour trasformò la pianura con l’ideazione di quello che sarebbe diventato il più grande canale irriguo italiano a lui dedicato, un’eccellenza di ingegneria idraulica. Ed è per questi motivi che oggi Vercelli si candida a diventare il centro internazionale per lo studio dell’acqua. Traguardo, dopo quello di “Risò”, il festival mondiale del riso (seconda edizione a settembre) non impossibile. Anzi, “è naturale immaginarlo”, ha detto il rettore del Politecnico di Torino, Stefano Corgnati, dopo l’incontro con il sindaco Roberto Scheda e l’amministrazione comunale. Corgnati, che è stato sindaco di Livorno Ferraris (Vercelli), crede in questo progetto, che ha già conquistato un titolo con un’aura di internazionalità: “Water management Joint Innovation Center”, e potrebbe concretizzarsi in un percorso formativo (una facoltà?) del Politecnico torinese, che sino al 2010 aveva già qui una sua sede decentrata. Un’idea che ha già coinvolto a tutto campo anche altri enti, a cominciare dell’UPO (Università del Piemonte Orientale) con il rettore Menico Rizzi, Confindustria e esponenti del mondo culturale torinese.  Vercelli possiede tutti i presupposti: qui nacque il consorzio irriguo Ovest Sesia per alimentare la risaia, qui si alimenta e si tramanda una storia di acquaioli i cui eredi oggi sono tecnici ed esperti all’avanguardia nel mondo.

(L’Analisi del 19 gennaio 2026)

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Quel biscottino racconta la storia di una città

Non si può vantare di conoscere Novara, secondo capoluogo piemontese per abitanti dopo Torino, con ascendenza geografica lombarda per la sua collocazione ai confini tra le due regioni, se ci dimentichiamo di terminare la visita con un biscottino. I famosi “Biscottini di Novara”, ricetta tanto semplice e sobria quanto evocativa, rimangono impressi come un ologramma. Il segno distintivo di una città che possiede una gastronomia essenziale (la “paniscia” a base di riso, il gorgonzola dolce e piccante e, appunto, i biscotti). Questi ultimi sfornati ogni giorno nella fabbrica Camporelli di vicolo Monte Ariolo 3. Lì si perpetua un rito secolare, che parte da lontano, come ricostruisce con dovizia di particolari Roberto Fiore, imprenditore con una profonda passione per il territorio e la cucina, nel libro “I biscottini di Novara”, edito con il patrocinio del Comune e delle Terre dell’Alto Piemonte. E’ la storia del “Bis-coctus”, dolce segreto sospeso tra verità e leggenda, che affonda radici addirittura nel 1300, quando i Canonici – scrive Fiore – andando nelle varie chiese della città a officiare erano poi omaggiati con dolci a forma di O, tipo di torcetto. Per poi arrivare al “pane delle monache”, apprezzato anche a Roma dal Papa come “Biscotto delle monache”. Ricetta di una semplicità disarmante quanto entusiasmante per il risultato di bontà: farina, zucchero e uova. Era anche conosciuto come il “pane di polla”, o “pollen”, vocabolo latino che significava fiori di farina. Un dessert dell’epoca, di cui erano omaggiati il vescovo, gli ammalati, si nutrivano le stesse monache nei periodi di digiuno e Quaresima. Nell’Ottocento, per le sue proprietà considerate quasi balsamiche, quel biscotto veniva prodotto anche da uno speziale, il Prina, che lo vendeva nella sua farmacia come rimedio per i convalescenti. E un altro produttore era un certo Taddei, in contrada Palazzo Civico.

Da allora di strada il biscotto nato a Novara ne ha percorsa, attraverso proprietà diverse, ma senza mai tradire le origini. Dal sacro al profano. Roberto Fiore ricostruisce i passaggi lungo il cammino del biscotto: lo troviamo nel laboratorio di Carlo Grassini, che trasforma la bottega in rinomata pasticceria. Poi rilevata dal garzone Giuseppe Mossotti e dalle sorelle Ravelli. Altri nomi: Castoldi, Bertani, Barozzi, Vietti, Poscio, Ayna. Infine Camporelli, il laboratorio che ancora opera con la proprietà attuale, quella dei Fasola: Carlo, Giovanni, ora Ambrogio, che ha innovato la produzione sino ad arrivare al “triscotto”.

Non è soltanto la storia di un dolce quella raccontata nel libro. E’ anche uno spaccato di società che si è evoluta, in equilibrio fra tradizione e futuro, senza mai rinnegare il passato e le buone abitudini. Di questo identikit tipicamente novarese il biscottino di Novara rimane un emblema. Anzi un re, come lo è diventata la maschera carnevalesca. Ha ispirato scrittori, poeti, anche altri industriali. Come Mario Pavesi, che cercò di imitare gli antichi biscotti per farne un prodotto più commerciale e costruire un impero, diversificato anche con l’intuizione degli autogrill. Li quei dolci li battezzò “Pavesini”. Ma questa è tutta un’altra storia.

(L’Analisi del 12 gennaio 2026)

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Donna in agricoltura, questo è l’anno internazionale

Il 2026 è stato dichiarato dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) Anno Internazionale della Donna in Agricoltura, designato dall’assemblea generale dell’Onu. Scopo di questa dichiarazione è accelerare l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari. Un divario che ancora sussiste in molte aree del pianeta, con i sistemi rurali e agroalimentari che impiegano il 40% delle donne. Ci sono Paesi dove il personale femminile addetto alla coltivazione della terra o agli allevamenti guadagna mediamente 78 centesimi per ogni dollaro percepito dagli uomini. La Fao punta a ridurre differenza economica e di trattamento con iniziative mirate che prevedono politiche nazionali, investimenti e partenariati per garantire pari diritti e opportunità. Come ha sottolineato la vicedirettrice generale Fao, Beth Bechdol, il 2026 sarà soltanto l’inizio. E in Italia a che punto siamo? Le donne rappresentano una delle energie più dinamiche dell’agricoltura, con una quota che arriva al 31,5% e incide fortemente nel settore. Le imprenditrici sono 366 mila, le lavoratrici dipendenti 470 mila pari al 32% del totale della manodopera. A loro occorre aggiungere la folta presenza di coloro che sono impegnate nel supporto tecnico e scientifico, con molteplici figure di primo piano sul fronte della ricerca. Secondo il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) delle duemila unità lavorative il 52% è costituito da donne (il 54% dei ricercatori e il 56% dei tecnologi). Sono impegnate nella genetica, nella meccanica e robotica, nella gestione della fertilità e della funzionalità dei suoli, nelle proprietà nutrizionali degli alimenti e del consumo, nei processi economici e sociali delle aree rurali. Basti pensare agli agriturismi dove le imprenditrici sono protagoniste. Oppure ai centri di ricerca d’eccellenza e specifici, come Ente Nazionale Risi, dove la presenza di neo-laureate è significativa. Ma anche nelle facoltà di agraria. Insomma, l’universo femminile rappresenta una nuova visione dell’agricoltura.

(L’Analisi del 5 gennaio 2026)

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Il caldo inverno del riso italiano

E’ il momento di “dare i numeri”. E quando li dà il riso, di cui l’Italia è leader in Europa, si possono tirare somme e avanzare previsioni. Avviene, come di consueto, nelle aziende agricole durante l’inverno, al giro di boa tra la trascorsa campagna e la programmazione della prossima. L’Ente Nazionale Risi ha avviato il sondaggio sulle intenzioni di semina 2026, attraverso Internet. Ma alcune cifre sono già in possesso e consentono di formulare alcune considerazioni, alcune suggerite anche da “Il Risicoltore”, “house organ” del mondo risicolo. E sono numeri che parlano di certezze e difficoltà. Le prime: nel 2025 la superficie risicola in Italia ha raggiunto i 234.732 ettari (con un incremento di 8.603 ha, + 3,8% rispetto al 2024). Di conseguenza il volume di riso grezzo disponibile è di 1.408.696 tonnellate (13.830 tonnellate in più). La maggiore produzione complica il bilancio di collocamento. Ma non è questa la ragione principale di un’annata difficile: a rendere problematica la situazione sono state le notizie arrivate d Bruxelles, riguardanti la cosiddetta “clausola di salvaguardia”, ovvero lo scudo che l’UE dovrebbe erigere contro le importazioni selvagge di riso concorrenziale dal Sudest asiatico. L’intesa sul rinnovo del regime commerciale preferenziale prevede infatti un meccanismo di protezione concordato che scatterebbe solo quando da Myanmar e Cambogia arrivassero nell’area UE contingenti di riso superiori a 562.000 tonnellate. Una soglia che lascerebbe ampio spazio alle importazioni agevolate. Insomma, una “clausola fantasma” che il direttore generale di Ente Risi, Roberto Magnaghi, traduce con: “E’ un sonoro schiaffo alla produzione interna”. La decisione però non è definitiva e lascia qualche margine di manovra. Il compromesso raggiunto dal Trilogo infatti deve passare ancora al vaglio della Commissione INTA (Committee on International Trade), che si occupa della valutazione di tutti gli accordi commerciali; infine della Plenaria del Parlamento europeo. I risicoltori italiani non si arrendono. E si profila un gennaio caldo.

(L’Analisi del 29 dicembre 2025)

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Verrà il 2026 e avrà lo sguardo di un “Masnà”

 

Né troppo adulto per essere autentico, sincero. Né eccessivamente piccolo per rappresentare il gusto e il senso di un territorio. Ci voleva un “Masnà”, che nel dialetto piemontese significa bambino. Un interprete su misura, perfetto per Roero, che con Langhe e Monferrato chiude il cerchio di Patrimonio dell’Unesco. Marco Ottavio Graziano, giornalista e regista di Mediaset, sensibile e scrupoloso indagatore dell’animo umano, lo ha cercato nelle vallate del Piemonte e scoperto in Pietro Buttigliero, 9 anni, l’attore naturale di un cortometraggio che vedrà la luce nel 2026. Pietro è il protagonista di un breve ma intenso lavoro cinematografico girato sul posto, sarà poi iscritto in festival nazionali e internazionali, così come era avvenuto nel 2007 quando Graziano aveva vinto il Giffoni Film Festival con “Lo sguardo ritrovato” interpretato da Paolo Ferrari. Questa volta il regista si è “accontentato” (ma è solo un eufemismo) di Pietro, perché cercava un attore nuovo, diverso da tutti, per interpretare Leo, che si sente troppo piccolo per la sua età mentre l’estroso zio Peppo è ormai troppo grande per essere ancora bambino. E il roerino, dallo sguardo vivace e curioso, spontaneo, ha da subito impressionato Graziano, che non ha avuto esitazioni: supportato da papà Fabio, mamma Marcella e dalla sorella tredicenne Adele, Pietro (alias Leo), è diventato “star” ma senza tante difficoltà. E “Masnà” ha dato anche il titolo all’opera: “E’ una piccola favola senza tempo che nasce e cresce nel Roero. Non potrebbe essere ambientata altrove, qui l’ho immaginata sin dall’inizio, amo questo territorio, e in questi luoghi ho trovato gli occhi di Pietro, il piccolo e sensazionale protagonista del film. Il suo sguardo mi ha guidato alla scoperta di splendide location dove la storia si sviluppa e cresce insieme ai nostri due personaggi. Peppo era il soprannome che avevamo dato a mio zio Francesco, un eterno fanciullo che mi ha fatto vivere alcuni dei momenti più indimenticabili della mia infanzia. Ho pensato a lui quando ho scritto la storia, poi ho cercato gli sguardi giusti”. Graziano, novarese, li ha trovati nel Sud del Piemonte. Lo zio Peppo è interpretato da Giovanni Licari, attore-regista torinese, già interprete di Dioniso nell’opera “I figli di Tebe”, della serie tv “Sul più bello” e “The Tape”, oltre a essere un coach teatrale.

Con il regista, in primo piano anche Andrea Bernardi Graziano, il figlio, giovane produttore esecutivo, che ha anche collaborato artisticamente alla stesura del film: “Con Marco Perosino, presidente dell’Enoteca Regionale del Roero, abbiamo voluto ambientare una storia che potesse emozionare chi la vedrà e così è nato questo suggestivo racconto”. La fotografia è a cura di Roberto Chiesa e Nicola Tubiello.

(L’Analisi del 22 dicembre 2026)

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Pranzo di Natale nella Borsa Risi

Sala contrattazioni merci di Novara, meglio conosciuta come Borsa Risi. S’affaccia su Piazza Martiri, luogo abituale di ritrovo di agricoltori e mediatori, il lunedì e il giovedì di ogni settimana per lo scambio e le trattative sulla vendita e l’acquisto di partite di cereale. Accade così anche il martedì nella Borsa Risi di Vercelli, in Piazza Zumaglini, e a Mortara (PV), di venerdì. Siamo nelle piccole “Chicago Board of Trade” (CBOT) della risicoltura italiana. Da più di un secolo di altro non si parla in questi luoghi consacrati all’economia agricola sulla quale poggiano le fortune di interi territori e si fonda il triangolo d’oro della risicoltura europea. Ma a mezzogiorno di Natale 2025, il “fixing” e le quotazioni saranno di tutt’altra natura. Nella sala Borsa saranno quotate solidarietà e integrazione. L’idea è di Daniela Sironi, presidente provinciale, regionale e referente per il Nord Italia della Comunità di Sant’Egidio. Protagonisti non saranno i risicoltori novaresi, ma “padroni” per un giorno gli ospiti che durante tutto l’anno si riferiscono alla Sant’Egidio: un pranzo comunitario, rivolto a circa duecento ospiti, italiani e stranieri. Una mensa insolita, che occuperà quasi tutta l’area: fianco a fianco italiani in difficoltà economiche, ma anche immigrati provenienti dalle zone calde del pianeta. Non è difficile immaginare quali: Medio Oriente, Africa, Sudest asiatico, Ucraina. I teatri dei conflitti e delle partenze di giovani e famiglie in cerca di approdi, accoglienze, rinascite, lavoro. Storie che si affiancano e si intrecciano nel pranzo organizzato in un luogo deputato agli scambi commerciali. Quasi un ossimoro, che fa riflettere. Buon Natale. Altre parole non servono.

(L’Analisi del 15 dicembre 2025)

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Sorella acqua, dacci oggi il nostro cibo

Sorella Acqua. Mai come ora, alla vigilia dell’anno francescano (nel 2026 si celebra l’ottocentesimo) l’oro blu è così attuale. “L’acqua tra sfida e risorsa” era il tema al centro del consueto incontro di fine anno delle tre Accademie di Torino (Agricoltura, Scienza, Medicina),  che si è tenuto nella prestigiosa Sala dei Mappamondi dell’Accademia delle Scienze torinese. Un confronto ad ampio spettro che ci interroga tutti, sul futuro del pianeta e la disponibilità idrica. Nell’era di “un travaglio cognitivo dell’informazione social”, come ha ricordato il professor  Marco  Mezzalama, presidente dell’Accademia delle Scienze, e del “rigurgito dell’analfabetismo di ritorno” (parole del professor  Giancarlo Isaia, presidente dell’Accademia di Medicina). Acqua come elemento irrinunciabile per una “food security” (sicurezza alimentare), tema più  volte affrontato dall’Accademia dell’Agricoltura, guidata dal professor Marco De Vecchi.

Un patrimonio da conservare con cura, ha ricordato Carlo Grignani, docente di agronomia dell’Università di Torino, con un Piemonte all’avanguardia in questo senso, a cominciare da Camillo Benso di Cavour: basti pensare all’opera monumentale del Canale che porta il suo nome, ma anche ai 357 mila ettari irrigati (il 37% della superficie): “Senza sistema irriguo non esisterebbero prodotti tipici, lo stesso sistema cibo”. Non solo: gran parte dell’Italia pedemontana ha costruito nei secoli il proprio paesaggio agricolo su una notevole disponibilità d’acqua, un patrimonio che ha plasmato l’intera cultura gastronomica del nostro Paese. E Luca Ridolfi, professore di idraulica e meccanica dei fluidi del Politecnico di Torino, ha scandagliato il legame uomo-acqua, cibo, fiumi e città. Con un approfondimento anche sullo spreco del cibo. Fabrizio Bert, professore di igiene generale dell’Università di T>orino, ha parlato dell’acqua che cura e quella che uccide, paradosso per la salute (necessaria alla vita di ciascuno, ma quando è contaminata diventa veicolo di malattie). Infine Paolo Gallarati, già ordinario di storia della musica all’UniTo, ha ripercorso il rapporto esistente nei secoli tra i grandi compositori e l’elemento liquido, come fonte inesauribile di ispirazione per le loro opere.

(L’analisi dell’8 dicembre 2025)

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Il risotto sarà figlio di un drone

C’è un drone, anzi una formazione di droni che solcano il cielo, illuminati dal sole di una mattinata rigida e tersa, termometro a zero gradi. Grangia di Montarucco (provincia di Vercelli), distese di stoppie della risaia europea. Andrea Vecco, vulcanico e visionario imprenditore tecnologico, contitolare dell’azienda cerealicola e amante del volo, ha intrecciato conoscenze aeronautiche con esigenze di agricoltura sostenibile. E ha precorso i tempi realizzando il Centro di formazione piloti Risemys, riconosciuto e certificato da Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile). Un’ipoteca sul futuro, che in altri Stati (Svizzera, Cina, Giappone, Stati Uniti, Francia, Germania) è già presente. Con un gruppo di esperti (tra cui il Politecnico di Torino e Disafa, il Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali), sta anticipando tecnologie d’avanguardia dedicate al settore agricolo. Il ronzio di questi grandi “ragni volanti” sembra voler accelerare la macchina burocratica e legislativa che dovrebbe consentire l’utilizzo dei droni agricoli per le geomappature dei campi, ma soprattutto per l’irrorazione di antiparassitari e diserbanti. Lo scenario orizzontale delle Grange, dove secoli fa i monaci cistercensi mossero i primi passi per dissodare i terreni e aprire alla risaia, è il terreno ottimale per la sperimentazione e le applicazioni. Si attende soltanto il via libero definitivo del Parlamento (il Senato ha già dato l’ok, ora si attende la votazione alla Camera) per il cambio di passo con i droni attrezzati per uso agricolo.

Il progetto Montarucco è sostenuto anche da tecnici e ricercatori delle Università di Torino, del Piemonte Orientale, di Regione Piemonte e Banca Sella. Come ricorda Maura Forte, già sindaco di Vercelli, impegnata in prima persona in operazioni di solidarietà agricola in Africa e ora fortemente convinta che anche qui, nella pianura piemontese, è venuto il momento di svoltare. La macchina volante che in pochi minuti passa e ripassa la risaia senza mai sfiorarla, dotata di un serbatoio e telecomandata dall’operatore, è in grado di sostituirsi alla trattrice. Quantomeno di coadiuvarla riducendo tempistica e costi. Arriva a pesare sino a 150 chilogrammi e non è un giocattolo da manovrare con superficialità. Per questo l’agricoltore dovrà essere formato, proprio come un pilota, superare esami e test selettivi, ottenere tutte le certificazioni previste dalla legge in materia di volo. Sarà una nuova sfida agritech, ma nessuno dei numerosi agricoltori presenti ha arricciato il naso. Anzi.

(L’Analisi del 1° dicembre)

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Tea e dintorni, pregiudizi e resilienza

Il 41% della resa globale e mondiale annua delle coltivazioni viene annullata a causa insetti, patogeni, infestanti. In altre parole: soltanto il 59% dei terreni coltivati sulla Terra produce cibo per sfamare una popolazione in aumento (si ipotizzano circa 10 miliardi nel 2050). Tradotto: occorre aumentare e migliorare la produzione. Ma per raggiungere questi obiettivi l’unica alternativa è rappresentata dal ricorso alla scienza, leggi biotecnologie. Senza le quali la cosiddetta “Food security”, la sicurezza alimentare delle popolazioni, non potrà essere garantita.

Sulla base di queste considerazioni la scienza si confronta per accelerare e trovare soluzioni. Come è avvenuto all’Istituto agrario Bonfantini di Novara, dove Società Agraria di Lombardia, presieduta da Flavio Barozzi, e Accademia di Agricoltura di Torino (presente con Enrico Gennaro, past president) hanno organizzato il convegno dal titolo “Nuove frontiere biotecnologiche per il futuro dell’agricoltura”. Focus le Tea (Tecniche di evoluzione assistita), il cui iter molto tormentato è sfociato nell’approvazione e nell’applicazione in campo, come ha ricordato Vittoria Brambilla, dell’Università di Milano. La ricercatrice sta conducendo una strenua battaglia, anche contro i vandalismi di attivisti che confondono queste tecnologie con Ogm (organismi geneticamente modificati). La sperimentazione – ha ricordato Brambilla – ha prodotto primi importanti risultati, nelle risaie di Mezzana Bigli, Borgolavezzaro e del Centro Ricerche Ente Nazionale Risi. Un passo significativo, che ha prodotto Telemaco Ris8ttimo, e che continuerà, come sottolinea la presidente dell’Ente, Natalia Bobba, tra i relatori al convegno. La resistenza e la resilienza di Vittoria Brambilla sono i fattori irrinunciabili della ricerca che sa di dover persegue risultati non nell’immediato, ma nel medio-lungo periodo. “Le Tea – ha sottolineato Paolo Piccarolo, past president Unione Nazionale Accademie Scienze Applicate all’Agricoltura – sono indispensabili per un’agricoltura sostenibile sotto il profilo economico, ambientale e sociale”. Concetti ripresi da Gennaro, Barozzi e dagli altri relatori: Elena Carotti (Bonfantini), Dario Frisio (Accademia dei Georgofili), Carlo Pizzi (Università di Milano), Giorgio Gambino (Istituto per la protezione sostenibile delle piante), Alberto Acquadro (Università di Torino), Vera Ventura (Università di Brescia).

Da parte di tutti un monito e un augurio: occorre un approccio diverso e meno ideologizzato nei confronti della ricerca, anche da parte della politica, così come è stato sottolineato nell’intervento del professor Tommaso Maggiore, cattedratico docente di agronomia, coltivazioni erbacee e accademico dei Georgofili.

(L’Analisi del 24 novembre 2025)

L’uomo che diede voce alla terra

“La vita democratica del nostro Paese sarebbe stata drammaticamente diversa se i coltivatori diretti non avessero garantito l’apporto insostituibile del loro voto e del loro consenso. Voi siete i garanti della libertà del Paese”. Così Aldo Moro nel 1976, allora presidente del Consiglio, parlava della Coldiretti, il più grande sindacato agricolo d’Italia e d’Europa, che oggi conta un milione e seicentomila iscritti. Quel discorso era il riconoscimento e un atto di riconoscenza nei confronti di un’idea, anzi di una intuizione che ha nome e cognome: Paolo Bonomi, di Romentino (Novara).

“L’uomo che diede voce alla terra”, così è stato definito nel titolo della serata organizzata dal Lions Club Novara Host, presieduto da Marcello Gambaro. Un omaggio a un conterraneo (anche il presidente è di Romentino), che rivoluzionò il mondo dei campi. E a parlare di Bonomi è stato il nipote diretto, l’avvocato Luca Paternostro Bonomi, cassazionista a Roma.

Era figlio di piccoli agricoltori, abitavano in un cascinale, il Boscaccio, tutt’attorno risaie e pioppeti, nebbia d’inverno. Paolo ogni mattina percorreva a piedi la strada di campagna che lo separava dal centro abitato per andare a scuola e forse già in quel tragitto sognava il riscatto. Il nipote ha tracciato brevemente il percorso politico e sindacale di Paolo Bonomi, di quel “ragazzo del Boscaccio” che guardava oltre i confini della pianura. Sino ad arrivare in Parlamento, protagonista nelle file della Dc, dove espresse grazie ai coltivatori diretti Coldiretti la cosiddetta “Bonomiana”, con 80 deputati. Si ispiravano ai principi cattolici, alla scuola cristiano-sociale e aveva lo scopo di “agire in tutti i campi per difendere la gente della terra ed elevare economicamente e socialmente le classi contadine…”. Fu alla guida del sindacato agricolo dal ’44 all’80, rifiutò più volte la proposta di diventare ministro dell’Agricoltura, ma si rivelò determinante in molte circostanze. Nei rapporti con gli Stati Uniti e il Vaticano, tessendo un filo solido soprattutto con il cardinale Poletti, novarese come lui. Era considerato fra gli artefici del Patto Atlantico. “Sapeva muoversi nella giungla politica – ricorda l’avv. Luca Paternostro – . La Coldiretti all’inizio si identificava con la DC, in seguito diventò filogovernativa, anche opportunista per cercare di perseguire i suoi obiettivi. Non so se oggi Bonomi l’avrebbe apprezzata, ma i tempi sono cambiati. I paragoni sono molto difficili. Io lo ricordo con orgoglio come uomo che riscattò dalla fame una categoria, quella degli agricoltori, ridotta alla fame. Restituì dignità con la pensione, l’invalidità, l’assistenza sanitaria. Dopo la sua scomparsa, per un certo periodo è stato un poco dimenticato. Ma da una ventina d’anni c’è stata una forte rivalutazione”. E qui il nipote ringrazia Paolo Rovellotti, ex presidente provinciale e regionale di Coldiretti, “fra gli artefici che l’hanno rivalutato”. Presenti alla serata anche Fabrizio Rizzotti, attuale vicepresidente provinciale di Coldiretti, e il sindaco di Romentino e presidente della Provincia di Novara, Marco Caccia. Nel paese d’origine sta sorgendo un museo interattivo con una parete dedicata a Bonomi e al mondo agricolo.

(L’Analisi del 17 novembre 2025)

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 El paellero loco, il “freelance” della paella

Professione: “Paellero” o “Cocinero de paella”. Così si definirebbe in Spagna Giuseppe Bardelli, 48 anni, da Galliate (NO), che sul suo profilo si presenta come “El paellero loco”. Cuoco o cuciniero di paella tutt’altro che folle, ma senza dubbio intraprendente e versatile. Al punto da abbandonare un posto sicuro in fabbrica per trasformarsi in “paellero” itinerante, come ama presentarsi senza tante perifrasi. Con un curriculum che non lascia spazio a dubbi: è fra i migliori al mondo nella specialità, tanto da essere stato tra i finalisti alla “World Paella Cup 2024” di Valencia. Non ha vinto, ma sfidare chef blasonati di Spagna, Messico o Sudamerica (autentici maestri di questo piatto) è già un’affermazione. E arrivare nei primi dodici è come salire sul podio. In quel “contest” a trionfare era stato Porto Rico, seguito da Colombia e Giappone.

Ne è consapevole e ne va fiero Giuseppe, autodidatta, “self made man” che si è fatto da sé, spinto dalla passione che coltivava da una decina d’anni. Di più: non ha frequentato alcuna scuola alberghiera, non ha lavorato con chef stellati, non possiede un locale di sua proprietà, né lo gestisce. Insomma un cuoco “freelance”, il lancia-libera di paella, che lavora a chiamata: in abitazioni private, per gruppi, avvenimenti, anniversari. “Itinerante, appunto, a domicilio. E pensare che avevo iniziato per passione, quasi per caso con un parente di mia madre una quindicina di anni fa. Per divertimento e gli amici. Dopo le numerose richieste ho capito che avrei potuto cambiare vita, e così ho lasciato la fabbrica per dedicarmi esclusivamente ai fornelli. Poi sono arrivate anche le proposte nei locali”.

Al tempio della paella per antonomasia, appunto Valencia, se sei privo di professionalità, passione e umiltà, non puoi neppure accedere. Selezione durissima, sottolinea Giuseppe, a cominciare dall’allestimento. Come quella volta all’Albufera, l’area dove si coltivano risi ideali per preparare la paella e altri piatti che richiedono un cereale capace di assorbire bene ed esaltare i sapori. Eppure laggiù “El paellero loco” di Galliate si è trovato a suo agio, partendo dall’allestimento della postazione, il tutto affidato – come prevede il regolamento – ai singoli concorrenti: dosaggio del fuoco, legna da ardere che deve provenire da tronchi d’albero d’arancio: “Sì, proprio così, perché il fumo prodotto da quel legno che arde impregna anche la paella, l’aromatizza, conferendole sapori e profumi particolari e inconfondibili”. Accorgimenti che richiamano antiche saggezze contadine, desuete, ma evocative di un sapere di casa nostra, quando nei cortili dei cascinali si cucinava la “paniscia” di Novara o la “panissa” vercellese. Le nonne si premuravano che sotto il paiolo la legna  fosse rigorosamente di gelso. Non era un vezzo o una casualità.

Così come importante è la scelta del tipo di riso. In Spagna si utilizza soprattutto la varietà Bomba, chicco perlato con notevole capacità di assorbire liquidi senza scuocersi. E in Italia? Giuseppe ha scelto un superfino. Tutti penserebbero al Carnaroli. “Invece no – sottolinea- . Ho preferito la varietà Baldo, quella prodotta dall’azienda agricola di Fabrizio Rizzotti, di Vespolate (NO). La considero la più adatta”.

Profumi e sapori, che un anno fa hanno impregnato la piazza della sua città d’origine, con un evento solidale: “Galliate per Valencia – la solidarietà in pa(d)ella”. L’intero ricavato da quel piatto simbolo della tradizione valenciana fu devoluto alla ricostruzione della città spagnola, devastata da una tragica alluvione.

(L’Analisi del 10 novembre 2025)

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Prezzi alti o giusti? Christine Lagarde va al mercato ed è polemica

Sui banchi del mercato i prezzi degli alimentari sono alti? E sono aumentati? Christine Lagarde, che si trovava a Firenze per un vertice della Bce da lei presieduta, ha voluto toccare con mano la realtà andando tra le bancarelle del mercato di Sant’Ambrogio: “Ho controllato i prezzi del cibo molto attentamente e sì, sono aumentati, ma molto meno rispetto a due anni fa. Ora sono ancora in aumento e più alti dell’inflazione media. Quindi abbiamo una media di circa il 2% e i prezzi ei prodotti alimentari sono un po’ più alt, dobbiamo assicurarci che continuino a scendere, perché il cibo è importante”.

Parole che non sono piaciute al mondo agricolo. La sua dichiarazione è rimbalzata ed è stata commentata al Made in Italy Summit 2025 organizzato da Il Sole24Ore, Financial Times e SKY TG 24. Il ministro dell’Agricoltura e Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida: “Non esiste un prezzo giusto o sbagliato, dire che il cibo è giudicato dal prezzo è un errore e comporta rischi. Far passare il messaggio di comprare il cibo che costa meno sarà un danno da un punto di vista sanitario, culturale e di abbandono del territorio lasciando così nelle mandi di pochi la produzione di cibo standardizzato a basso costo di produzione. Lagarde dovrebbe guardare oltre, alle situazioni speculative e non ai nostri agricoltori e trasformatori”.

Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente Coldiretti: “Senza vergogna. Una dimostrazione di ignoranza di Cristine Lagarde che dovrebbe pensare ad abbassare il costo del denaro per famiglie, i cittadini e le imprese per aumentare la competitività del sistema. Dietro a prezzi più alti del cibo non ci sono agricoltori ricchi. Tanto più considerando che i prezzi all’origine per molti settori dal riso al grano sono in caduta libera. Ci sono aziende che garantiscono la salute dei cittadini e la sicurezza alimentare dell’Europa. E questo ruolo va riconosciuto”.

(L’Analisi del 3 novembre 2025)

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Da grande farò il dronista dei campi

E’ nata una nuova figura professionale in agricoltura, con possibilità di occupazione specialistica: il dronista agricolo. Sino a qualche anno fa non apparteneva al glossario delle professioni addette ai lavori nei campi. Ma ora è una realtà, soprattutto dopo l’approvazione in Senato dell’emendamento al disegno di legge “Semplificazioni” (deve passare ala Camera per il sì definitivo) che prevede una fase sperimentale triennale dell’utilizzo dei droni in agricoltura, consentendo l’irrorazione aerea dei campi e altre operazioni. Sin qui il supporto tecnologico era previsto e permesso soltanto per rilevazioni aeree, geomappature, fotografie del suolo. Il senso del cambiamento, fortemente invocato dalle organizzazioni agricole, va nella direzione di rendere l’agricoltura più efficiente, sostenibile e moderna, permettendo interventi più mirati e minimizzando la dispersione di prodotti fitosanitari. Traduzione: difesa dell’ambiente, in sintonia con le linee guida europee del “Green deal” e del ”Farm to fork”.

Una svolta. Ma per renderla concreta la nuova legge introduce regole chiare: potranno utilizzare i droni solo operatori professionali certificati, con patentino e formazione specifica. Ogni intervento dovrà essere notificato ai servizi fitosanitari regionali con una segnalazione, accompagnata da una relazione agronomica dettagliata. Entro novanta giorni dall’entrata in vigore un decreto interministeriale definirà quali colture potranno essere trattate, quali organismi nocivi giustificano l’intervento, quali prodotti fitosanitari potranno essere impiegati, con particolare attenzione alla tutela della salute e dell’ambiente. Un bagaglio di conoscenze che soltanto chi è preparato sarà in grado di osservare. Ecco, appunto, la professione del dronista agricolo.

(L’Analisi del 27 ottobre 2025)

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Mucca Carolina si sveglia e mangia con l’intelligenza artificiale

Può l’Intelligenza artificiale entrare nelle stalle e diventare sostitutiva del lavoro dell’uomo, sino a dialogare con gli animali? La risposta è “ni”. La “Quarta rivoluzione verde” ci dice invece che la AI è già un utile coadiuvante per ottimizzare le produzioni, il benessere animale e indirizzare l’allevatore, sino a ottenere analisi predittive sulla salute di una mucca da latte e prevenire le malattie. Non è fantascienza. Gli algoritmi sono in grado di svolgere questo ruolo che non cancellerà mai l’intuizione o l’esperienza dell’allevatore, fattori sui quali sino a ieri faceva affidamento. E’ tutta una questione di raccolta dati che – una volta elaborati con cura e rapidità dall’intelligenza artificiale – possono fornire indicazioni meno approssimative ma rivelatrici di condizioni particolari dell’animale. Come dire: ChatGPT e chatbot, i programmi informatici che simulano conversazioni umane, non disgiunti dall’etica e dalla professionalità dell’agricoltore, formano una miscela quasi perfetta.

Di questi scenari, che ormai fanno parte di noi, si è parlato nel convegno organizzato dal Lions Club Novara Host, titolo “Intelligenza artificiale e produzioni animali”.  Un incontro rivolto soprattutto agli studenti, ma rivelatore di una rivoluzione copernicana che parte dai campi e raggiunge le nostre ta

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