Dieci miliardi in più per gli agricoltori italiani sulle risorse destinate alla Pac 2028-2024. E al tempo stesso l’annuncio che i negoziati tra Mercosur e Ue sono alla stretta finale, con la possibilità per i Paesi del Sudamerica di esportare prodotti a tariffe agevolate in Unione Europea. L’intreccio tra le due notizie lascia un retrogusto agrodolce tra gli agricoltori. Anzi, più amara che dolce.
La posizione di Ente Nazionale Risi
“Il potenziale produttivo del Mercosur è sei volte superiore a quello dell’Unione europea: parliamo di 15 milioni di tonnellate di risone contro i soli 2,5 milioni prodotti nel vecchio continente. In questo scenario, il paese che entra maggiormente in rotta di collisione con il nostro è l’Uruguay, che produce circa 1,5 milioni di tonnellate di riso grezzo – una cifra speculare alla produzione media italiana – esportando ben il 95% del proprio raccolto. Una dinamica simile interessa il Paraguay, mentre il Brasile, pur rappresentando il 75% della produzione dell’area, destina quasi tutto il prodotto al consumo interno. L’Argentina si attesta invece su una posizione intermedia, esportando il 40% del proprio riso”. Questa la prima annotazione di Ente Nazionale Risi.
Che prosegue: “L’accordo tra Ue e Mercosur, garantendo un accesso a dazio zero per il riso sudamericano senza un analogo trattamento per il prodotto europeo, rappresenta una minaccia concreta. Sebbene il contingente iniziale sia di 10.000 tonnellate (con un aumento progressivo fino a 60.000), il timore è che tale quota vada ad appesantire ulteriormente un mercato già sotto pressione a causa delle importazioni agevolate dai Paesi Meno Avanzati (PMA). Infatti, pur essendo un volume non di enorme rilevanza, considerato che l’Unione europea ha importato 1,7 milioni di tonnellate base riso lavorato nella scorsa campagna di commercializzazione, il quantitativo concesso a dazio zero al Mercosur andrà ad aumentare la pressione sul nostro prodotto che già oggi è in sofferenza considerando che più del 60% del riso importato gode di un’agevolazione tariffaria, quasi sempre totale; il che significa in esenzione del dazio”.
A tale proposito, la presidente dell’Ente Nazionale Risi, Natalia Bobba, esprime una ferma posizione: “Questa intesa non tutela i nostri risicoltori perché la Commissione europea sembra ignorare il forte malcontento del settore minacciato dall’assenza di reciprocità e da importazioni agevolate da paesi che non hanno gli stessi standard ambientali, produttivi ed economici dell’Europa. È indispensabile che non entrino nell’Unione prodotti ottenuti senza il rispetto degli stessi standard di sicurezza alimentare garantiti dalle nostre aziende. L’Ente Nazionale Risi si adopererà in ogni sede affinché vengano introdotte garanzie reali sulla protezione delle nostre produzioni con efficaci clausole di salvaguardia ed efficienti sistemi di controllo da parte delle autorità preposte sui prodotti importati nell’Ue.”
La sfida, dunque, riguarda anche l’equità delle regole. Senza questo allineamento, il riso coltivato in Italia – già penalizzato da costi di produzione tra i più elevati al mondo a causa dei vincoli normativi e della qualità del lavoro – si troverebbe a competere in una posizione di insostenibile svantaggio.
La posizione di Coldiretti
L’annuncio sui 10 miliardi in più per gli agricoltori italiani, che arriva grazie al ruolo determinante svolto dal Governo italiano, risponde alle richieste avanzate da mesi dalla Coldiretti anche attraverso diverse mobilitazioni in tutta Italia e a Bruxelles, per ultima quella dello scorso 18 dicembre nella capitale belga dove era presente in forze Coldiretti Piemonte. Si tratta di un miliardo in più in confronto alla programmazione attuale, con un netto passo indietro rispetto al folle tentativo della Von der Leyen di tagliare fondi agli agricoltori.
“Ora agli annunci devono seguire atti legislativi europei che senza ogni dubbio e discrezionalità, garantiscano che questi soldi siano destinati alla difesa del reddito degli agricoltori – evidenziano Cristina Brizzolari, presidente di Coldiretti Piemonte, e Bruno Rivarossa, delegato confederale -. Importante anche sottolineare la modifica legata alle aree rurali che consentirà di utilizzare per gli agricoltori il 10% delle del Fondo unico, circa 48 miliardi, che è stato uno degli elementi che Coldiretti fin dall’inizio ha portato all’attenzione del Governo italiano e di cui si è fatta carico in tutti i dibattiti a livello europeo, ponendolo come elemento centrale. Queste risorse potranno essere utilizzate in modo concreto per affrontare il tema delle aree interne, delle aree collinari e delle aree montane, destinandole agli imprenditori che vivono e lavorano stabilmente in quei territori. La Pac non è fatta solo di risorse, ma anche di regole. Per questo va sventato ogni tentativo di rinazionalizzazione della Pac della presidente Von der Leyen e della sua cerchia di tecnocrati e per questo Coldiretti continuerà a presidiare affinché non vengano posti ostacoli tecnici e burocratici al pieno utilizzo dei fondi assegnati alle imprese agricole”.
A tal proposito Coldiretti prosegue la sua mobilitazione permanente e annuncia una serie di manifestazioni a partire dal prossimo 20 gennaio e fino alla fine del mese che coinvolgeranno oltre 100mila soci in tutta Italia. Le iniziative serviranno a difendere le conquiste ottenute sulla PAC e a ribadire la netta contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisce parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani.
Coldiretti e Filiera Italia ribadiscono la loro opposizione alla firma dell’accordo Mercosur senza reciprocità e quindi che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Un principio che deve valere in ogni accordo e su ogni prodotto agricolo e agroalimentare importato, con il divieto di ingresso nell’Unione europea di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle.
“Non è sufficiente l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione europea, ricordando che oggi i controlli si fermano in media a circa il 3% delle merci in ingresso e l’aumento del 33% proposto li farebbe passare a circa il 4%, con evidenti rischi per la tutela della salute dei cittadini consumatori e per il rispetto delle regole di produzione imposte agli agricoltori europei. Per questo è necessario riconoscere a Roma, già candidata dal Governo italiano, la sede dell’Autorità doganale europea, considerando che l’Italia detiene il primato europeo della sicurezza alimentare. Alla luce di tali criticità, bisogna prevedere fin da subito controlli al 100% degli alimenti provenienti dal Mercosur e da aree a rischio, al fine di garantire la piena tutela della salute dei cittadini e condizioni di reciprocità regolatoria rispetto agli standard europei. Serve inoltre un deciso passo avanti sul fronte della trasparenza, a partire dall’obbligo di etichettatura con indicazione chiara del Paese di origine su tutti i prodotti alimentari, per consentire ai cittadini scelte consapevoli e difendere il vero Made in Italy. In quest’ottica, chiediamo anche l’abolizione della regola sull’origine basata sull’ultima trasformazione, l’inganno intollerabile consentito oggi dal codice doganale, che permette di far diventare “italiani” prodotti che non lo sono”.
La posizione di Confagricoltura
Bene l’iniziativa della presidente della Commissione Ue Von der Leyen, ma nessuno scambio tra fondi della Pac e Mercosur: gli accordi commerciali devono basarsi sulla reciprocità e salvaguardare nel tempo l’agricoltura europea.
Per Confagricoltura è apprezzabile l’attenzione al settore dimostrata dalla presidente Von der Leyen, i commissari e i ministri, in particolare del nostro governo e del ministro Francesco Lollobrigida a cui vanno i nostri ringraziamenti per il continuo impegno a tutela dell’agricoltura italiana, anche con la convocazione dell’incontro a Bruxelles, ma ci sono elementi importanti che devono essere ancora chiariti.
A partire da come queste risorse potranno essere riservate agli agricoltori al fine di mantenere il bilancio inalterato.
Rimangono quindi forti dubbi sul mantenimento del carattere europeo della Pac, che non deve nazionalizzarsi indebolendo il carattere unico del mercato Ue e creando distorsioni di concorrenza tra gli agricoltori. Così come le misure proposte sulla reciprocità non sono sufficienti. I metodi di produzione e gli standard qualitativi sono ancora un elemento di criticità da superare negli accordi bilaterali. Sarà fondamentale costruire un sistema di controlli nelle dogane per tutelare la produzione europea rispetto a quei prodotti che potrebbero avere residui vietati in Europa.
Apprezziamo invece le aperture su un’ulteriore semplificazione delle norme e la sospensione delle tariffe sui fertilizzanti previste dal CBAM.
La grande mobilitazione del settore primario lo scorso 18 dicembre a Bruxelles, con il Copa e il presidente Giansanti a capo della manifestazione, ha evidenziato come la posizione della Commissione avanzata nei mesi scorsi fosse lontana dal garantire la sicurezza alimentare, la tenuta delle imprese agricole e il futuro delle aree rurali europee. L’Italia – conclude Confagricoltura – è stata tra i primi Paesi ad evidenziarlo. L’impegno della Confederazione continua in questa direzione
La posizione di Cia
Adesso carta canta. I correttivi della Von der Leyen alla sua proposta di riforma della Pac post 27, in primis i 10 miliardi in più per l’agricoltura italiana sono, chiaramente, un segnale positivo, ma all’agricoltura servono chiarezza e, soprattutto, più garanzie. Le stesse che ci faranno dire sì al Mercosur se assicurata, nero su bianco, la reciprocità richiesta. Così il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, che aggiunge: “A quanto pare, la nostra mobilitazione del 18 dicembre a Bruxelles e il pressing del nostro governo sono stati determinanti, e devono continuare a esserlo, a tutela di tutti gli agricoltori e i cittadini europei”.
Prudenza e guardia alta restano, dunque, preferite da Cia rispetto all’ultima operazione Von der Leyen che si gioca la flessibilità e gli anticipi sul budget già previsto. Nella lettera della presidente della commissione Ue, infatti, si ritrovano i 293 miliardi per gli agricoltori stanziati dal prossimo bilancio Ue 2028-2034, i 6,3 miliardi della riserva di crisi e il 10% al target rurale. In aggiunta, la nuova concessione Ursula di ieri permetterebbe ai Paesi di attingere dal 2028 a due terzi della riserva per la revisione di medio termine, a livello Ue fino a 45 miliardi. Che per l’Italia vorrebbe dire: fino 4,7 miliardi della riserva non allocata e 5 miliardi di euro del target rurale vincolati a misure agricole.
“Cifre e meccanismi -chiosa Fini- non di poco peso e che richiedono dettagli normativi più stringenti, oltre a impegni operativi più circostanziati. Ovviamente -aggiunge- più risorse per l’agricoltura sono una buona notizia, meno lo spettro del fondo unico con incognite non risolte sulla rinazionalizzazione e la competizione non solo tra Stati, ma anche tra settori. Inoltre, non ci dimentichiamo che la nuova proposta von der Leyen dovrà passare per i negoziati con il Parlamento europeo e soprattutto con i 27 governi. Con due anni di trattative e una marea di possibili evoluzioni geopolitiche, la nostra mobilitazione chiaramente continua”.
Quanto al Mercosur, sottolinea Fini: “va tenuto il punto sul rispetto della reciprocità e sui controlli nelle importazioni. La sua difesa va anche oltre l’accordo con il Sudamerica, pone le basi per tutelare e sostenere la competitività delle nostre aziende e delle nostre produzioni in tutti i futuri accordi commerciali. Dobbiamo avere coraggio nel guardare a nuovi sbocchi, ma anche nel dettare le regole di gioco su standard produttivi e di lavoro sui quali gli agricoltori europei e italiani hanno investito reddito e sacrifici”.

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