Bruxelles dice “no” ai risicoltori e non abbassa la soglia delle importazioni

Bruxelles dice “no” ai risicoltori e non abbassa la soglia delle importazioni

E’ durata poco l’illusione che Bruxelles considerasse le istanze dei risicoltori europei, in particolare quelli italiani. Perché quello che si temeva si è verificato:  la sessione plenaria del Parlamento europeo non ha accolto gli emendamenti proposti per ridurre le soglie di attivazione della clausola di salvaguardia automatica alle importazioni di riso. Una doccia fredda, dopo che sino all’ultimo momento l’Italia aveva lanciato un appello stigmatizzando il fatto che fosse in gioco la credibilità stessa dell’Unione Europea. Natalia Bobba, presidente di Ente Nazionale Risi, non nasconde la sua delusione: «L’Ente, insieme alle associazioni di categoria e all’intera filiera, ha fatto tutto quanto era possibile, senza lasciare nulla di intentato. Avremmo voluto limiti di scatto sensibilmente più bassi per bloccare l’import prima del verificarsi di danni strutturali ed economici al nostro settore».

Nonostante il mancato voto favorevole alle modifiche proposte – prosegue una nota dell’Ente –  bisogna però riconoscere lo sforzo fatto dalla filiera per ottenere la previsione della clausola di salvaguardia automatica nel Regolamento SPG (Sistema Preferenze Generalizzate), un meccanismo che resta un pilastro fondamentale per il comparto. Sebbene le soglie previste siano considerate troppo elevate, la salvaguardia automatica pone un limite alle importazioni incontrollate senza dazio da Cambogia e Myanmar, garantendo un argine contro le distorsioni del mercato che minacciano la competitività della filiera.

«Esprimiamo il nostro più sentito ringraziamento – continua la presidente dell’Ente – a tutti gli eurodeputati che hanno sostenuto con forza le istanze del settore. A loro va dato il merito di aver lavorato con determinazione e competenza per assicurare un futuro alla risicoltura europea. In un contesto dove alcuni attori politici sembrano ignorare le criticità del comparto, chi ha presentato gli emendamenti e chi li ha sostenuti hanno dimostrato di avere a cuore la sovranità alimentare e il lavoro della filiera. Il risultato odierno segna l’inizio di una fase di monitoraggio. La priorità ora si sposta sulla gestione dei flussi d’importazione. Sarà necessario monitorare costantemente l’andamento dei prezzi e dei volumi per intervenire tempestivamente qualora i limiti stabiliti per ciascun paese, e non per la globalità di 562.000 tonnellate come ancora qualcuno continua a citare senza aver compreso la portata del Regolamento approvato, venissero superati. Continueremo tutti insieme a lavorare affinché tutte le istituzioni europee mantengano alta l’attenzione su un settore che è simbolo di eccellenza e biodiversità. La sfida per la risicoltura europea prosegue e la filiera si impegna a difendere il valore del proprio prodotto e la dignità di chi lo coltiva e lo commercializza».

Le reazioni dei sindacati agricoli.

Cia-Agricoltori Italiani: “Il Parlamento europeo ha confermato la proposta della Commissione che farà scattare le clausole di salvaguardia solo se le importazioni annuali supereranno del 45% la media dell’ultimo decennio (circa 562 mila tonnellate), una soglia che a Cia pare irraggiungibile. Se, da un lato, si fa un passo avanti importante in merito al riconoscimento di un meccanismo automatico -tutt’altro che scontato- per far scattare la suddetta clausola, dall’altro, i limiti confermati dall’Europarlamento rischiano di rendere del tutto insufficiente e inapplicabile il meccanismo di tutela. Questo voto odierno si inserisce in un contesto già difficile della risicoltura italiana, tra continue aperture di aree di libero scambio, aumenti dei costi di produzione e prezzi di listino sempre più bassi”.

Coldiretti. “Nonostante l’automatismo ottenuto rappresenti un’importante novità per l’attivazione della clausola, la proposta di ridurre la soglia di attivazione dal 45% al 20%, fortemente sostenuta da Coldiretti e Filiera Italia – evidenzia Roberto Guerrini, membro di giunta di Coldiretti Piemonte con delega territoriale al settore risicolo – avrebbe consentito interventi più tempestivi e proporzionati in caso di perturbazioni del mercato”.

“Ha prevalso il timore procedurale di riaprire il trilogo, a discapito di una risposta concreta alle difficoltà affrontate dal settore risicolo. Si tratta di una scelta che indebolisce la capacità dell’UE di reagire in modo rapido a condizioni di mercato sempre più instabili – fanno notare Cristina Brizzolari, presidente di Coldiretti Piemonte, e Bruno Rivarossa, delegato confederale -. Diventa ora ancora più importante continuare a monitorare attentamente l’andamento degli scambi”.

“ll Parlamento europeo ha oggi mancato un’importante occasione per rafforzare la resilienza del settore risicolo dell’UE. – evidenzia Fabrizio Rizzotti, vicepresidente di Coldiretti Novara-Vco e membro di giunta con delega territoriale al settore risicolo -. La sua mancata adozione lascia irrisolta una criticità sostanziale che rischia di compromettere l’efficacia del meccanismo. Proseguirà con determinazione il nostro impegno per garantire una piena reciprocità degli standard”.

“Si tratta di una scelta che indebolisce la capacità dell’UE di reagire in modo rapido a condizioni di mercato sempre più instabili” – affermano il presidente di Coldiretti Novara-Vco Fabio Tofi e  il direttore Luciano Salvadori.

risaia a parigiConfagricoltura. “Una presa di posizione netta, senza sfumature”. Dopo il voto a Bruxelles che ha bocciato di fatto ogni reale tutela per il comparto risicolo, il presidente di Confagricoltura Vercelli e Biella, Benedetto Coppo, lancia un allarme che suona come un atto d’accusa: il sistema così com’è “mette in ginocchio il riso italiano”. «Al di là delle dinamiche politiche e dei voti, il risultato è uno solo – afferma Coppo – il settore oggi resta senza strumenti efficaci. La cosiddetta clausola di salvaguardia è, nei fatti, inutile. Parliamo di un tetto talmente alto da essere irraggiungibile: 562 mila tonnellate di riso in ingresso a dazio zero. Se mai arrivassimo a quei livelli, significherebbe che il riso italiano è morto». Il giudizio è tranchant: «È stata definita da qualcuno una clausola “fantasma”, da altri “ridicola”. La realtà è che non serve a nulla. E questo, per chi produce riso in Italia, è un problema enorme». Coppo non nasconde la gravità del momento: «Siamo di fronte a una situazione che impone una reazione forte. Restare fermi a leccarsi le ferite non è più accettabile». Sul tavolo, anche l’ipotesi di una mobilitazione: «Mi confronterò con il consiglio, con le altre unioni risicole – Novara, Pavia, Alessandria, Milano – e con il livello nazionale. Ma è evidente che serve un’azione visibile, anche dura. Non escludiamo una discesa in piazza, o iniziative a Bruxelles. Dobbiamo far capire che le scelte fatte sono sbagliate». Il problema, però, è anche temporale: «Siamo nel pieno delle semine, gli agricoltori sono nei campi. Ma qui rischiamo di dover cambiare mestiere, non solo coltura. E allora forse vale la pena fermarsi e far sentire la nostra voce». Il quadro economico, del resto, è già critico. «Oggi i risi lunghi, sia da interno sia da parboiled, viaggiano tra i 35 e i 38 euro al quintale. Fanno eccezione solo il Carnaroli e pochi altri, sopra i 50-60 euro. I tondi tengono ancora, ma sopra i 50 euro. Il problema è che le scelte colturali si sono spostate proprio sui tondi: il prossimo anno rischiamo una sovrapproduzione che farà crollare anche quei prezzi». Una prospettiva che preoccupa: «Se le condizioni resteranno queste, il mercato sarà disastroso. Già oggi molte aziende vendono sottocosto. Domani produrranno in perdita strutturale, indipendentemente dalla dimensione aziendale. L’economia di scala non basterà più: anche le aziende più grandi faranno fatica a stare in piedi». A peggiorare il quadro, l’aumento dei costi: «Tra energia, gasolio e fertilizzanti – rincarati ulteriormente dalle tensioni internazionali – produrre riso è sempre più oneroso. Già 30-35 euro al quintale erano insostenibili prima, oggi lo sono ancora di più». E poi c’è il nodo della concorrenza. «Siamo stretti tra due fuochi: da un lato le importazioni extra-Ue, con un “portone spalancato”; dall’altro la concorrenza interna europea, con Paesi come Grecia, Spagna e Portogallo che producono gli stessi risi a costi più bassi, grazie a minori oneri burocratici e fattori produttivi meno cari». Il risultato è un cortocircuito del mercato: «Ci sono contratti di riso italiano firmati a 80 euro al quintale lo scorso anno, mentre oggi lo stesso prodotto vale 35. E nel frattempo arriva riso dall’estero a meno di 40 euro. È evidente che il sistema non regge». Guardando al futuro, le alternative non convincono: «Soia, mais, girasole sono opzioni, ma non equivalenti. E comportano anche investimenti, cambi di macchinari, rischi agronomici e persino problemi legati agli allergeni, come nel caso della soia. Non è una transizione semplice né indolore».

 

 

 

 

 

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